Il lavoro che facciamo e come lo facciamo influenza il nostro stato di salute.

Tutti sappiamo quanto una scelta e un contesto lavorativo che sentiamo “stretto” mette a dura prova il nostro equilibrio psicofisico.

Lo stress è una risposta positiva dell’organismo, fino a quando questo, non diventa un meccanismo di risposta automatico che sentiamo di non riuscire più a gestire.

Svegliarsi la mattina e non avere voglia di iniziare la giornata lavorativa è il primo campanello di allarme a cui dovremmo prestare attenzione.

Spesso ignoriamo per anni queste sensazioni ed arriviamo a convincerci che un certo tipo di lavoro, è necessario perché ci permette di vivere.

Questo discorso può essere valido ed andar bene per periodi limitati della nostra vita: quando infatti ci identifichiamo nel ruolo della vittima che svolge un’attività solo ed esclusivamente per avere un sostentamento economico senza porci il problema di poter iniziare a stare male a livello fisico e psicologico, siamo già in una fase di “distress”.

Lo stress patologico è molto subdolo e si insinua lentamente nel nostro quotidiano, spingendoci molto oltre le nostre risorse, evitandoci di fermarci e riflettere su ciò che stiamo facendo della nostra vita.

Lo stress si manifesta spesso come risposta all’incapacità di soddisfare ciò che l’altro si aspetta di noi.

Iniziamo allora a trascurare una serie di sintomi, apparentemente banali, come mal di testa, gastrite, colon irritabile, dolori articolari, ecc. senza arrivare a comprendere il perché si manifestano.

Abbandoniamo così la possibilità di vivere una vita soddisfacente e in salute, etichettandoci come coloro che non possono cambiare vita perché convinti di non farcela.

Il lavoro dovrebbe essere il mezzo attraverso il quale autorealizzarsi: per autorealizzazione intendo conoscere e diventare se stessi fino in fondo, esprimendo la totalità delle nostre potenzialità.

Questo è possibile solo attraverso una scelta cosciente che apre la porta ad una serie di possibilità inaspettate.

Se pensi che un lavoro cosiddetto fisso sia la sicurezza a cui anelare per il resto della vita, la domanda che ti faccio è: è questo quello che vuoi veramente? Pensi davvero che la tua felicità e la tua stabilità dipendano da un posto fisso?

Il lavoro che facciamo è spesso il frutto di ciò che è stato designato per noi dai nostri genitori e anche il concetto di “posto fisso” è qualcosa che abbiamo ereditato come falsa convinzione di autorealizzazione.

Nell’autorealizzazione io posso esprimere ciò che sono e l’accettazione dell’altro diventa sempre meno importante, sino a scomparire totalmente.

Tutti i giorni facciamo cose in ambito lavorativo che non sono mosse dalla nostra reale volontà ma da ciò che ci aspettiamo dall’altro.

Ti prescrivo questo rimedio così starai meglio, mi occupo di te in modo che tu possa ringraziarmi, faccio il mio dovere così che nessuna possa dirmi niente.

Quando però non arrivano le conferme esterne tanto attese, ci sentiamo frustrati e demotivati.

Ma nei confronti di chi, in passato, abbiamo fatto il massimo e nonostante tutto non siamo stati accettati o ricambiati?

Quanto detto ha a che fare con il “come” svolgiamo un determinato lavoro.

Quando arrivo ad ammalarmi per tenere in piedi un ruolo che non mi appartiene posso scegliere di cambiare strada.

Tutto ciò che mettiamo in essere come potenziale ostacolo diventa in realtà una scusa per rimanere in una condizione di “miseria”, perché ci hanno insegnato che la vita è sofferenza ed il senso del dovere deve essere onorato quotidianamente, a discapito di tutto.

Inizia a cambiare il modo in cui ti percepisci e percepisci ciò che fai: sei davvero tu il protagonista della tua vita?

 

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