Questa è la più grande paura che accomuna tutti, anche chi è sempre stato abituato a cavarsela da solo o ricerca costantemente momenti di solitudine.

Quando si scende in profondità all’interno di se stessi succede di toccare la paura dell’intimità con il proprio essere.

Più si arriva in profondità e più si toccano degli aspetti che non sempre si associano alla parte più luminosa di noi, anzi.

Mi sono trovata spesso a giudicare in me e quindi, come proiezione nell’altro, lati poco piacevoli, associati a sensazioni altrettanto poco rassicuranti.

Scendere in profondità significa smettere di proiettare all’esterno tutto ciò che non vediamo e non accettiamo all’interno di noi stessi.

Parlo spesso della rabbia come una forza da sfruttare per generare creazione.

E parlo spesso della rabbia come emozione che nasconde una paura.

Nell’esperienza della solitudine mi trovo ad avere a che fare con queste parti di me che hanno bisogno di essere ascoltate ed accettate.

La ragione per la quale sentiamo la necessità di legarci all’altro è strettamente connessa a quanto abbiamo paura di rimanere soli.

Allora arriva un momento nella vita in cui il matrimonio o mettere al mondo un figlio, diventano modalità per scappare dalla nostra paura di confrontarci con noi stessi.

Il sentirsi uniti a se stessi è una ricerca che dura tutta la vita ma è importante compiere dei passi quotidiani concreti, per smettere di sentirsi incompleti o privi di gioia se non conformi a quelli che sono i dettami del contesto familiare e della società.

Il confronto con l’altro è costruttivo nel momento in cui mi trovo a saper conoscere ed accettare come sono, senza dovermi quindi uniformare al contesto o alla situazione in cui mi trovo.

A parole sembra semplice ma nella realtà sono continui gli stimoli che tendono a spostarci da ciò che siamo, facendoci cadere nei compromessi relazionali.

RI conoscere la propria forma nel mondo è un’esperienza che può iniziare solo attraverso la solitudine, dove l’anima ha modo di prendere contatto con se stessa e con il corpo fisico.

Per sperimentare questo dobbiamo necessariamente tornare nel corpo e sentire cosa ha da dirci:

In quali contesti o situazioni mi sento costretto?

Se non esprimo ciò che sento come mi sento e cosa avviene nel mio corpo?

Mi sento libero di manifestare ciò che sono e quando lo faccio, cosa succede al mio livello energetico?

La sensazione di avere la gola costretta è per me un’esperienza molto comune e mi accorgo di averla contratta, tutte le volte che vorrei esprimere ciò che sono ma la paura prende il sopravvento.

E la paura prende il sopravvento tutte le volte che sto per fare o dire qualcosa che non ho mai fatto o detto e che quindi rompe gli schemi a cui sono abituata.

Più il contatto con il corpo è saldo e ricercato continuamente e più la paura sarà meno forte della voglia ed il desiderio di manifestarmi.

Nella solitudine si scoprono tanti tesori pronti da sempre ad aspettarci dentro di noi.

La relazione con l’altro a quel punto diventa uno scambio e non un modo per sopperire a quelle che definiamo essere le nostre mancanze.

Dobbiamo essere disposti a percepire quanta forza e potenzialità risiede all’interno di noi stessi per poter riconoscere il potenziale dell’altro.

Tutte le volte che ci distacchiamo dall’ascolto di noi stessi (non della mente ma del corpo), perdiamo una grande opportunità di trasformazione interna, di ciò che fino a quel momento credevamo di essere ed esterna, di ciò che abbiamo la possibilità di produrre concretamente nella nostra realtà.

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